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Crocifisso
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E' lecito esporre un crocifisso in un'aula scolastica, in un tribunale o in un ufficio pubblico, o questa scelta può offendere la coscienza del non credente o dell'appartenente ad una confessione religiosa contraria a tale simbologia? E quali sono le disposizioni normative che attualmente ne regolano l'esposizione? L'obbligo di esposizione contraddice la “laicità dello Stato”? E a che tipo di simbologia deve essere ascritto il crocifisso: identità religiosa e/o culturale? Ed in ogni caso, in una società multireligiosa è opportuno prevederne l'esposizione? Tutti interrogativi non nuovi per gli studiosi del diritto ecclesiastico.

Già nel 1988 il Consiglio di Stato si era occupato “della questione del crocifisso” con un Parere (n. 63) che, nel ritenere ancora in vigore le disposizioni sull'esposizione contenute nei Regi decreti risalenti agli anni '20, aveva toccato gran parte dei temi evocati e suscitato un ampio e serrato dibattito tra i fautori della liceità/opportunità dell'esposizione e i sostenitori della opposta posizione, schierati a strenua tutela della “laicità dello Stato”. Quella laicità che sarà di lì a poco riconosciuta dalla Corte costituzionale come principio supremo dell'ordinamento italiano (sent. 203 del 1989), anche se in una accezione non “classica”.

La medesima questione, qualche anno dopo, verrà risolta in un contesto normativo e culturale diverso, con la dichiarazione di incostituzionalità dell'esposizione obbligatoria di croci o crocifissi nelle aule delle scuole pubbliche elementari prevista da un regolamento del Land della Baviera (Bundesverfassungsgericht-Erster Senat, 16 maggio 1995). Strada in certo qual modo evocata anche dalla nostra Corte di Cassazione con la pronuncia del 1° marzo 2000, n. 439 che ha assolto uno scrutatore rifiutatosi di prestare l'ufficio cui era stato chiamato perché nel seggio presso il quale era stato nominato – un'aula scolastica - era presente un crocifisso che non era stato possibile rimuovere.

La recente vicenda, relativa all'ordinanza di rimozione del crocifisso da un'aula scolastica del comune di Ofena (Tribunale di l'Aquila, 23 ottobre 2003), ad una lettura superficiale potrebbe essere interpretata come l'ennesimo episodio di una guerra ideologico/giudiziaria dagli esiti difficilmente prevedibili, ma dai contorni abbastanza chiari. I ripetuti ricorsi alla magistratura da parte degli appartenenti alla U.A.A.R. mal si conciliano, però, con le posizioni di ispirazione religiosa di Adel Smith. Non a caso, a parità di argomentazioni, le reazioni dell'opinione pubblica e della classe politica (fattore questo da non sottovalutare) sono state assai diverse: per qualità e quantità. Basti segnalare le numerose iniziative parlamentari seguite all'ordinanza dell'ottobre 2003.

La vicenda di Ofena, sempre che ce ne fosse bisogno, ci ha fatto comprendere che oggi la questione dei simboli religiosi, a partire dal sostrato argomentativo connesso alla rivendicazione, di matrice liberale, della libertà di coscienza e della neutralità dello Stato, può trasformarsi in un momento di “scontro tra religioni e civiltà”. Un supplemento di riflessione su tali temi è, dunque, più che auspicabile, necessario.

In questa prospettiva, l'ordinanza della Corte Costituzionale n. 389/2004, con le sue argomentazioni strettamente tecniche, pare suggerire un abbassamento dei toni, senza per ciò rinunciare a continuare ad interrogarsi.

Queste vicende italiane, come dimostrato dai numerosi interventi giurisprudenziali prosposti nella base dati di OLIR.it , non paiono destinate ad acquitarsi, anzi fanno eco alle molte controversie relative all'uso pubblico della simbologia religosa che hanno interessato numerosi Stati occidentali (Spagna, Francia, Stati Uniti d'America etc.). (A.G. Chizzoniti)