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Sentenza 27 marzo 1992
Bestemmia contro la divinità

Autore: Corte di Cassazione - Sezioni Unite
Data: 27 marzo 1992
Argomento: Bestemmia, Tutela penale
Nazione: Italia
Parole chiave: Bestemmia, Parole oltraggiose, Polizia dei costumi, Religione dello Stato, Religione cattolica, Statuto del Regno, Trattato, Bene protetto, Requisito della pubblicità

Abstract:
Il principio della religione cattolica come sola “religione dello Stato”, consacrato nell’art. 1 dello Statuto del Regno 4 marzo 1848 e riaffermato dall’art. 1 del Trattato fra la Santa Sede e l’Italia 11 febbraio 1929, è stato abolito in seguito alla sostituzione dello Statuto albertino con la Costituzione repubblicana e non già con l’entrata in vigore della legge 25 marzo 1985, n. 121 (ratifica ed esecuzione dell’Accordo con Protocollo addizionale fra la Repubblica Italiana e la Santa Sede). Ne consegue che la disposizione di cui all’art. 1 del Protocollo addizionale alla legge 25 marzo 1985, n. 121, che ha considerato non più in vigore il principio “della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano”, non ha inciso sull’ambito di operatività dell’art. 724, primo comma del codice penale, dal momento che tale ultima norma tende non già a tutelare il sentimento religioso e in particolare quello cattolico, bensì a proteggere il buon costume contro i comportamenti pubblici volgari e sconvenienti tenuti in presenza di due o più persone e fa oggetto della sua previsione il dato sociologico che l’uso del bestemmiare in Italia concerne normalmente (o, per meglio dire, esclusivamente) oltre alla divinità, le persone e i simboli della religione cattolica.


Corte di Cassazione Sezioni unite penali Sentenza 27 marzo 1992: “Bestemmia contro la divinità”
 
(Omissis)
 
1 Con la sentenza indicata in epigrafe C.M. è stato assolto, perché il fatto non costituisce reato, dalla contravvenzione di cui all'articolo 724 del codice penale (contestatagli per aver pubblicamente bestemmiato, con le parole “porco....”, contro la divinità venerata nella religione dello Stato).
2 Alla detta decisione il pretore è pervenuto sia per l'attuale ambito di operatività dell'articolo 724 del codice penale (in conseguenza dell'entrata in vigore della legge n. 121 del 1985 di ratifica ed esecuzione dell'Accordo con Protocollo addizionale del 18 febbraio 1984 tra la Repubblica italiana e la Santa sede con cui sono state apportate modificazioni al Concordato lateranense dell'11 febbraio 1929), sia per mancanza, nella specie, del requisito della pubblicità.
3 Entrambe le argomentazioni sono censurate col presente ricorso: per violazione di legge (primo motivo), la affermata insussistenza nella fattispecie in esame del requisito della pubblicità e per errata interpretazione (secondo motivo) dell'articolo 724, la ritenuta non operatività della norma predetta.
4 La terza sezione penale di questa Corte, cui il ricorso era stato assegnato, ha rilevato la possibilità di un contrasto giurisprudenziale sulla questione che forma oggetto del secondo motivo di ricorso e l'opportunità, quindi, di una pronuncia sul punto da parte di queste sezioni unite cui ha pertanto rimesso, ai sensi dell'articolo 618 del codice di procedura penale, la decisione del ricorso.
5 L'affermazione che forma oggetto del secondo motivo di ricorso (il cui esame è ovviamente pregiudiziale al primo) sulla non operatività della norma dell'articolo 724 del codice penale è sorretta, nella sentenza impugnata, col rilievo che la detta norma non può più trovare concreta applicazione dopo l'entrata in vigore della legge n. 121 del 1985 concernente la ratifica ed esecuzione dell'Accordo, con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984 tra la Repubblica italiana la Santa sede con cui sono state apportate modificazioni al Concordato lateranense dell'11 febbraio 1929. E ciò perché al punto primo del detto protocollo addizionale è stato stabilito che si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano. In tal modo, invero, si afferma con la sentenza impugnata, è stata data concreta attuazione ai principi dettati dalla Costituzione repubblicana sulla libertà religiosa (artt 8 e 19), sì che “nell'ambito di questo generale quadro costituzionale” la norma dell'articolo 724 “appare anacronistica e legata ad un particolare momento storico” costituito dalla “applicazione, in sede penale, dell'impegno, assunto dallo Stato italiano con i Patti lateranensi, di onorare la divinità, le persone e i simboli venerati dal cattolicesimo, garantendo alla religione cattolica una più penetrante tutela”. E di conseguenza, poiché con il nuovo concordato e il relativo protocollo addizionale cade il principio per cui la religione cattolica è la sola religione dello Stato, la norma dell'articolo 724 non può trovare applicazione e non è più in vigore.
6 Tali argomentazioni, ritiene la Corte, sono prive di giuridico fondamento.
Va invero osservato, in primo luogo, che infondato è l'assunto secondo cui il “nuovo concordato” tra lo Stato italiano e la Santa sede e la considerazione in particolare sul non essere più in vigore il principio della religione cattolica come sola religione dello Stato inciderebbe sulla validità della norma dell'articolo 724 del codice penale (e di tutte le altre norme, deve aggiungersi, sia del codice penale che dell'ordinamento giuridico italiano in genere in cui la religione cattolica e indicata con tale qualificazione).
L'indicazione normativa (anteriore al 1948) della religione cattolica come religione dello Stato derivava, invero, il suo fondamento giuridico non da una norma di relazione (il concordato del 1929 stipulato unitamente al trattato tra lo Stato italiano la Santa sede), ma da una autonoma, autosufficiente norma interna, quella della carta costituzionale (lo Statuto Albertino in vigore all'epoca che all'articolo 1 stabiliva che la religione cattolica era “la sola religione dello Stato”.
Con il concordato del 1929 non si pose, quindi, in essere, con efficacia costituzionale, una tale qualificazione giuridica, ma al contrario si prese atto del “principio consacrato nell'articolo 1 dello Statuto”: già consacrato, quindi, ed in vigore sin dal 1848. Le modificazioni dei Patti lateranensi del 1984 non hanno quindi posto nel nulla, con efficacia abrogativa, tale principio, né ovviamente avrebbero potuto farlo.
Le parti contraenti hanno solo preso atto che “si considera” non più in vigore il principio in questione, (aggiungendo, sì da fugare ogni equivoco, che tal principio era stato solo richiamato dai Patti lateranensi del 1929).
7 L'abolizione, invece, del concetto giuridico della religione “dello Stato” discende, come è noto, dalla modificazione del regime costituzionale italiano: dalla sostituzione dello Statuto Albertino con la Costituzione repubblicana del 1948 che non solo non prevede più il concetto giuridico di religione “dello Stato”, ma per converso espressamente prevede sia (art. 7) i “rapporti” tra lo Stato e la Chiesa cattolica (regolati dai patti lateranensi e successive eventuali modificazioni), sia (art. 8) i “rapporti” (da regolarsi sulla base di intese con le relative rappresentanze) con le altre confessioni religiose, tutte egualmente libere davanti alla legge: così come pienamente libere sono le professioni, la propaganda, l'esercizio di qualunque fede religiosa (art. 19), con l'unico limite del buon costume.
8 Se quindi l'abrogazione della norma dell'articolo 724 del codice penale (del solo primo comma, ovviamente, che concerne il fatto di bestemmiare in pubblico) dovesse derivare, come si sostiene con la sentenza impugnata, dall'abolizione del concetto di religione dello Stato, tale abrogazione dovrebbe essersi verificata non per effetto degli accordi con la Santa sede del 1984 e della relativa legge di ratifica ed esecuzione del 1985, ma per effetto della mutata disciplina costituzionale e perciò dal 1948, dall'entrata in vigore della Costituzione repubblicana.
9 Esclusa quindi l'efficacia abrogativa (su cui tanto si sofferma la sentenza impugnata) della citata legge n. 121 del 1985, ha poi osservato che, com'è noto, la corte cui è demandato il controllo della validità costituzionale delle leggi ha, peraltro, ripetutamente escluso (sentenze n. 79 del 1958; n. 925 del 1988) che l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana abbia inciso sulla validità della norma che punisce il reato di bestemmia.
E, sulla scorta di tali pronunce, va perciò osservato che la dizione “religione dello Stato” è usata, come è inequivoco nella norma in esame (art. 724, primo comma del codice penale), solo per indicare la religione cattolica con riferimento al regime giuridico che la caratterizzava all'epoca di emanazione del codice, ma senza che tale definizione abbia alcun valore che sia essenziale al precetto normativo e che, al fine di tale precetto, sia diretto a dare rilievo a tale qualificazione come contrapposta alla situazione giuridica che caratterizza (all'epoca) gli altri culti.
10 Il detto comma dell'articolo 724 non è invero, come si sostiene con la sentenza impugnata, mezzo di tutela - e di speciale tutela - della religione cattolica e, tanto meno, per il fatto di essere questa (all'epoca, si ripete, dell'emanazione del codice) religione dello Stato.
La tutela, invero, della religione cattolica è prevista, come è noto, in modo completo e articolato al capo primo - dei delitti contro la religione dello Stato i culti ammessi - del titolo quarto (delitti contro sentimento religioso) del libro secondo del codice (con gli articoli 402, vilipendio della religione dello Stato, 403, offesa alla religione dello Stato mediante vilipendio di persona, 404, offesa alla religione dello Stato mediante vilipendio di cose, 405, turbamento di funzioni religiose del culto cattolico).
Come mezzo di tutela, poi, della sola religione cattolica, la norma dell'articolo 724, primo comma sarebbe in contrasto con la disciplina citata del sentimento religioso che, all'articolo 406 estende, come è noto, la stessa identica tutela ai culti diversi da quello cattolico, purché “ammessi” nello Stato (in base, anche in tal caso, alla qualificazione giuridica in vigore all'epoca) con la previsione che gli stessi fatti (esclusa solo ovviamente la previsione dell'articolo 402) costituiscono ugualmente delitto e sono puniti con le medesime pene degli articoli 403, 404 e 405 (soggette solo alla diminuzione massima di un terzo).
11 Se, quindi, alla tutela della religione cattolica (e dei culti “ammessi”) provvedono le norme citate, contenute nell'apposito titolo e nello specifico capo del codice, è evidente che ineludibile si pone il problema di quale sia allora il fine che giustifica la previsione della norma del primo comma dell'articolo 724, quale sia il bene giuridico che con tale norma si è inteso tutelare.
E non può prescindersi allora dal considerare che l'articolo 724 è compreso, com'è noto, nella sezione prima, relativa alle contravvenzioni concernenti la “polizia dei costumi”, del capo secondo sulla polizia amministrativa sociale, del libro terzo del codice; che tale capo comprende dalla disciplina penale dei giochi d'azzardo o vietati (artt. 718-723) gli atti contrari alla pubblica decenza (art. 726) fino al maltrattamento di animali (art. 727). E che la punizione della bestemmia pubblica è compresa perciò fra le norme dirette alla tutela dei principi fondamentali del pubblico buon costume, oggetto specifico, appunto, della polizia amministrativa sociale e in particolare della “polizia dei costumi”.
12 Il primo comma, invero, dell'articolo 724 non punisce il fatto in sé di arrecare offesa alla religione: punisce l'uso dei modi volgari e fecciosi, il fatto di bestemmiare pubblicamente con “invettive” e “parole oltraggiose” contro la divinità, i simboli o le persone della religione.
Oggetto della norma non è perciò la tutela (già specificamente prevista, come si è detto) del sentimento religioso e di quello cattolico in particolare, ma l'espressione della volgarità pubblica, di quella particolare forma di volgarità che si estrinseca, appunto, con l'inveire, con invettive ed espressioni oltraggiose, contro la divinità, i simboli e le persone della religione.
Allo stesso modo, lo stesso articolo 724, secondo comma punisce, con la stessa pena prevista dal primo comma, le manifestazioni oltraggiose verso i defunti. È evidente, anche in tal caso, che oggetto della norma non è la “pietà dei defunti” (bene giuridico oggetto della specifica tutela del capo secondo del citato titolo quarto, con gli articoli da 407 a 413), ma il buon costume: in quanto la norma tende a perseguire appunto il malcostume, l'odioso costume (particolarmente diffuso purtroppo in certe zone e in certi strati sociali del paese) di rivolger pubblicamente espressioni oltraggiose verso i defunti, i congiunti defunti di una persona (e il reato è perseguibile d'ufficio e non a querela, proprio perché non è l'ingiuria che perseguita, ma il costume).
Anche con tale norma, quindi, così come con quella dell'articolo 726 che prevede, come reato, il fatto di abbandonarsi pubblicamente ad un linguaggio volgare, contrario alla pubblica decenza, il bene giuridico tutelato è quello del pubblico, civile comportamento sociale: espressamente indicato, come oggetto cui tendere, dalla intitolazione del capo del codice e della sezione che tali norme comprendono.
13 Il fatto che la norma del primo comma dell'articolo 724 prevede come reato solo le invettive e le parole oltraggiose rivolte pubblicamente contro la divinità e contro le persone o i simboli della religione cattolica (individuata con la qualificazione giuridica che la caratterizzava) non è espressione di discriminazione verso gli altri culti: è una conferma invece del fatto che la norma non ha per oggetto la tutela del sentimento religioso, né del culto cattolico né degli altri atti (tutti tutelati, come si è visto, con apposite norme). Ma ha per oggetto, invece, la tutela del buon costume contro comportamenti pubblici volgari e sconvenienti. E, in relazione tal fine, la norma fa oggetto della sua previsione il dato sociologico (presupposto di ogni polizia dei costumi) che l'uso di bestemmiare concerne normalmente (e può pure dirsi esclusivamente) oltre alla divinità, le persone e i simboli della religione cattolica.
Non esiste (si ripete, come dato sociologico, presupposto dal legislatore e corrispondente alla comune conoscenza) l'uso di bestemmiare, di inveire contro persone e simboli di altre religioni (contro Mosé o Budda o Maometto o anche Lutero).
Il malcostume da perseguire, in atto nel nostro paese all'epoca di emanazione del codice e tutt’ora, si concreta in espressioni volgari solo concernenti la religione cattolica, non altre.
E non avrebbe perciò senso realistico una norma di polizia dei costumi che perseguisse fatti e comportamenti estranei alla effettiva realtà sociale.
Non è quindi la diffusione, nella popolazione dello Stato, della religione cattolica che rileva ai fini della norma in questione, il fatto che di tale religione si proclami seguace la “quasi totalità” dei cittadini italiani (Corte cost. n. 925 del 1988); rileva, invece, il dato sociologico relativo al malcostume che si è inteso perseguire e alla concreta, effettiva caratterizzazione di tal malcostume.
E del tutto infondata, quindi, è la tesi sostenuta con la sentenza impugnata, secondo cui la norma del primo comma dell'articolo 724 sarebbe espressione di una disparità di trattamento tra la religione cattolica e le altre religioni, voluta dal legislatore in base alla considerazione dell'essere solo la prima religione dello Stato.
14 Solo per completezza d'indagine va rilevato poi che assurdo e fuori di luogo è il voler ricondurre la bestemmia alla manifestazione del pensiero e alla libertà costituzionalmente garantita di tale manifestazione (sia sotto il profilo dell'articolo 21 che dell'articolo 19, che del primo costituisce specifica enunciazione).
Ciò che invero viene sanzionato con la norma in questione è il fatto di bestemmiare, con invettive e parole oltraggiose, non la manifestazione di un pensiero, ma una manifestazione pubblica di volgarità. Ed è pur superfluo il rilievo che, comunque, il diritto di libera manifestazione del pensiero trova il suo limite proprio nel divieto delle manifestazioni contrarie al buon costume (art. 21 ultimo comma della Costituzione): le manifestazioni, cioè, perseguite, appunto, in concreto dalle norme sulla polizia dei costumi.
15 Per quel che concerne poi il primo motivo di ricorso, rileva la corte che altrettanto infondatamente è stato ritenuto, con la sentenza impugnata, la sussistenza nella specie del requisito della pubblicità.
Con la stessa sentenza invero è stato accertato in fatto che l'espressione oltraggiosa (“porco ...”) venne pronunciata dall'imputato in luogo pubblico (una strada pubblica della città di Genova) in presenza di due militari verbalizzanti.
La tesi secondo cui sarebbe necessario, per integrare il detto requisito della pubblicità, la presenza di una “pluralità indeterminata di persone”, fra le quali oltretutto non dovrebbero essere compresi i verbalizzanti, è smentita indipendentemente da ogni altro rilievo proprio dalla norma del quarto comma, n. 2 dell'articolo 266 del codice penale citata con la sentenza stessa. Norma che, com'è noto, prevede che agli effetti penali il reato si considera avvenuto pubblicamente quando il fatto è commesso in “luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone”: senza alcuna altra qualificazione.
Perché sussista pertanto il detto requisito è sufficiente che il fatto sia commesso in presenza di due persone (per tutte Cass., Sez I, 11 giugno 1986, Nastri) e bene le stesse possono essere quelle previste dall’art. 331, primo comma del codice di procedura penale.
16 In accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata deve perciò essere annullata con rinvio allo stesso pretore di Genova (altro magistrato).
 
(Omissis)