Newsletter OLIR.it - Anno X, n. 07/2013

Focus

Laicità e Islâm in Turchia dopo piazza Taksim: una nuova Questione d’Oriente?
(Rossella Bottoni – Università Cattolica del Sacro Cuore)

Quello che è iniziato a fine maggio come un sit-in presso il parco Gezi nella piazza Taksim, nel centro di Istanbul, contro l’abbattimento degli alberi del parco stesso nel quadro di un più ampio progetto di riqualificazione urbanistica, si è presto trasformato in un movimento di protesta contro il governo, che ha raccolto migliaia di persone. Gli eventi che ne sono seguiti sono stati raccontati da una parte dei media come la “Primavera Turca”, sebbene diversi analisti abbiano correttamente messo in evidenza le differenze sostanziali tra la situazione turca e quella di paesi come l’Egitto e la Tunisia. La Turchia non è un paese che è stato governato per tre o quattro decenni da un regime dittatoriale dominato da un solo uomo, ma è caratterizzato da una democrazia che, pur lacunosa, è considerata funzionante, con libere elezioni tenute ad intervalli regolari.

Al tempo stesso, la dura reazione delle forze di polizia e l’indisponibilità del Primo Ministro Erdogan al dialogo e al compromesso, unite all’impressione provocata dalla notizia di alcuni recenti sviluppi, come l’approvazione da parte del parlamento di misure volte a proibire la pubblicità di bevande alcoliche e la loro vendita in determinati luoghi (vicino a scuole e a moschee) ed orari (tra le 22 e le 6, con l’esclusione delle zone turistiche), potrebbero portare a leggere gli eventi in corso in Turchia nel contesto di una lotta manichea tra laicità ed Islâm; tesi che l’eterogeneità delle posizioni assunte dalle parti coinvolte non permette però di corroborare. Il fronte dei manifestanti di piazza Taksim non ha costituito la compatta reazione dei “laici” preoccupati da una presunta involuzione teocratica del Partito della giustizia e dello sviluppo, al potere dal 2002, ma ha riunito anche tutti coloro che, per motivi diversi, sono insoddisfatti o si oppongono al governo, inclusi elementi nazionalisti contrari alla politica di apertura e concessioni nei confronti della popolazione curda. D’altro canto, la posizione del Primo Ministro non è stata appoggiata dall’intero partito, ed è stata ufficiosamente criticata da diversi membri. Lo stesso Abdullah Gül, tra i fondatori e membri più prominenti del partito, e dal 2007 Presidente della Repubblica, ha pubblicamente usato toni affatto diversi da quelli di Erdogan, riconoscendo il fondamento delle proteste ed invitando alla moderazione e al confronto democratico.

In realtà, sembra preferibile ricondurre gli eventi in corso al deficit democratico che ha segnato la Repubblica sin dalla sua nascita. Nonostante i grandi progressi compiuti dal paese nell’ultimo decennio, il processo di riforma sembra ora ad un bivio, che non è però rappresentato dalla scelta tra Stato laico od islamico, bensì dalle due diverse opzioni di ideale democratico: uno, segnato dal paradigma della modernizzazione autoritaria, che caratterizza da sempre la storia del paese; l’altro, rappresentato dagli standards europei che devono essere rispettati da ogni regime democratico contemporaneo, inclusa la Turchia, quale membro del Consiglio d’Europa e paese candidato all’ingresso nell’Unione europea. La reazione del Primo Ministro è spiegabile non solo con la sua personale inclinazione all’autoritarismo, ma anche con il peso dell’eredità storica del paese, evidente non solo nelle difficoltà di gestione democratica del potere che Erdogan sta manifestando (al pari dell’establishment kemalista prima di lui) ma anche nel preoccupante richiamo al “complotto internazionale”.

Il fatto che la Repubblica sia stata fondata sugli ideali della modernizzazione (o meglio, della “contemporeneizzazione”) e della laicità ha portato spesso a confondere il processo di costruzione del nuovo Stato e della nuova nazione di Turchia con quello di un’acritica e incondizionata occidentalizzazione, dimenticando così che la guerra di indipendenza (1919-1922) fu condotta non solo contro la dinastia ottomana e il governo di Istanbul, ma anche e soprattutto contro le grandi potenze che avevano occupato gran parte dell’Anatolia. La firma del trattato di pace, il 10 agosto 1920 a Sèvres, convinse i nazionalisti turchi che gli Alleati, avendo fondato la risoluzione della Questione d’Oriente sull’esclusione ottomana dall’Europa e sulla spartizione delle province asiatiche, perseguivano il completo annientamento dei turchi. Sebbene le grandi potenze avessero giustificato il carattere fortemente punitivo del trattato con il genocidio armeno, l’impegno da queste profuso per tutelare i rispettivi interessi coloniali, sommato al loro antico desiderio di spartirsi l’Impero ottomano, finì con il trasformare, agli occhi dei nazionalisti turchi, l’intervento umanitario in un’ipocrita finzione.

Il peso della memoria storica di questa grande ingiustizia, nota come “Sindrome di Sèvres” e diffusa presso moltissimi turchi di diverso orientamento ideologico, permette non di giustificare ma almeno di comprendere l’estrema diffidenza nei confronti di istanze internazionali tese a rammentare alla Turchia l’obbligo di rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali. Così, il fatto che Erdogan ricolleghi ad un complotto internazionale sia le proteste di piazza Taksim sia gli appelli a garantire l'esercizio del "diritto al dissenso" per costruire un consenso più ampio, non appare più un indice di bizzarria o di follia, ma un segno preoccupante dello stato delle relazioni tra Turchia ed Europa evocativo, in qualche misura, dell'antica Questione d'Oriente.

Crisi come quella in corso rivelano che tali appelli internazionali, come pure le richieste affinché la Turchia adegui il suo ordinamento giuridico agli standards internazionali (pur nel quadro dell’adesione all’Unione europea, alla quale la Repubblica ha chiesto di essere ammessa di sua iniziativa), continuano ad essere considerati come subdoli tentativi di perpetuare le antiche ingerenze straniere nella sovranità dello Stato: non solo a parte dell’opinione pubblica turca, ma anche ai più alti livelli istituzionali i diritti umani e gli standards contemporanei di gestione democratica del potere appaiono infatti come poco più di una maschera dietro la quale si nascondono gli agenti del “complotto internazionale”.

In questa prospettiva, la Questione d’Oriente, che molti osservatori occidentali consideravano come il problema derivante dalla necessita di “ricacciare i musulmani in Asia”, non sembra risolta, poiché pare rivivere nei dibattiti di parte dell’opinione pubblica, secondo cui la Turchia, espulsa fisicamente dall’Europa in seguito alle guerre del 1877-1878 e del 1912-1913, dovrebbe continuare a rimanerne esclusa. Oggi, come allora, vi è un’Europa che cerca di insegnare alla Turchia la via della riforme e della democrazia ma, diversamente dal passato, il confronto non è più con un “grande malato”, bensì con uno Stato la cui economia è in piena espansione e a cui la prospettiva di integrazione europea non appare più così allettante.

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Per approfondire:

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In OLIR.it



Dossier



Riviste

(a cura di Daniela Milani)



News

(a cura di Anna Gianfreda)
  • Internet: Newsletter di ResetDoc sul tema "Quale futuro per le primavere arabe?" (19 luglio 2013) (leggi)
  • Regno Unito: Marriage (Same Sex Couples) Act 2013 (17 luglio 2013) (leggi)
  • Città del Vaticano: Chirografo del Papa su Commissione per la riforma economico amministrativa della Santa Sede (19 luglio 2013) (leggi)
  • Internet. Pew Forum on Religion & Public Life: Rapporto sul tema "Il cambiamento del contesto religioso brasiliano" (18 luglio 2013) (leggi)
  • Recoaro Terme (Vicenza): 46° Convegno sui problemi internazionali "Laicità e libertà religiosa" (13-15 settembre 2013) (leggi)
  • Rassegna Stampa: Diritto e Religione, i quotidiani italiani, a cura di Laura De Gregorio, n. 70 (21 luglio 2013) (leggi)
  • Presidenza del Consiglio dei Ministri: Pubblicazione del compendio sul tema "L'esercizio della libertà religiosa in Italia" (8 luglio 2013) (leggi)
  • Internet: Newsletter di Oasis, n. 16 del 2013 (leggi)
  • Cile: Centro de Libertad Religiosa Derecho UC (CELIR), Boletin Juridico, Ano VIII,n. 8, Junio 2013 (leggi)
  • Rassegna Stampa: Diritto e Religione, i quotidiani italiani, a cura di Laura De Gregorio, n. 69 (14 luglio 2013) (leggi)
  • Bari: XXI Congresso della Società per il Diritto delle Chiese Orientali "Leggi particolari e questioni attuali nelle Chiese" (10-13 settembre 2013) (leggi)
  • Tunisia: Un hashtag per i Tunisini che non osservano il Ramadan (10 luglio 2013) (leggi)
  • Turchia: La Corte Costituzionale si pronuncia sul principio di laicità a proposito della legge di riforma dell'istruzione (9 luglio 2013) (leggi)
  • Ministero dell'Interno: Religioni, Dialogo, Integrazione. Vademecum a cura del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione. Direzione Centrale degli affari dei culti (leggi)
  • Riviste: Anuario argentino de derecho canónico - Numero 18 (2012) (leggi)
  • Bari: XXI Congresso della Società per il Diritto delle Chiese Orientali "Leggi particolari e questioni attuali nelle Chiese" (10-13 settembre 2013) (leggi)
  • Diritti umani e libertà religiosa nei siti web delle istituzioni europee ed internazionali n. 61 (giugno 2013) (leggi)
  • Rassegna Stampa: Diritto e Religione, i quotidiani italiani, a cura di Laura De Gregorio, n. 68 (7 luglio 2013) (leggi)
  • Francia: Punto della situazione sui lavori dell'Osservatorio sulla laicità (giugno 2013) (leggi)
  • Internet. Pew Forum on Religion and Public Life. Indagine sulle impressioni dei cittadini americani in relazione alla crescita dell'ateismo (2 luglio 2013) (leggi)
  • Egitto: La crisi in Egitto. Quali scenari per il futuro? Dossiers sul tema nei siti internet dell'ISPI e di OASIS (5 luglio 2013) (leggi)
  • USA: Applicazione dell’Obamacare agli enti non-profit religiosi(28 giugno 2013) (leggi)
  • Città del Vaticano: L'Autorità di Informazione Finanziaria Vaticana ammessa nel gruppo EGMONT (4 luglio 2013) (leggi)
  • Città del Vaticano: Pubblicati i bilanci 2012 della Santa Sede e del Governatorato dello Stato Città del Vaticano (4 luglio 2013) (leggi)
  • Città del Vaticano: Il Santo Padre riceve in udienza il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana (4 luglio 2013) (leggi)
  • Rassegna Stampa: Diritto e Religione, i quotidiani italiani, a cura di Laura De Gregorio, n. 67 (30 giugno 2013) (leggi)
  • IRInews: Insegnare le Religioni in Italia, notiziario trimestrale a cura di Mariachiara Giorda, 1 luglio 2013 (leggi)


Documenti

(a cura di Isabella Bolgiani)
  • Pontefice, Chirografo 18 luglio 2013 - Istituzione di una Pontificia Commissione referente di studio e di indirizzo sull’Organizzazione della struttura economico-amministrativa della Santa Sede
  • Parlamento, Legge 17 luglio 2013 - Marriage (Same Sex Couples) Act 2013
  • Pontefice, Lettera apostolica 11 luglio 2013 - Lettera apostolica in forma di «motu proprio» sulla giurisdizione degli organi giudiziari dello Stato della Città del Vaticano in materia penale
  • Pontificia commissione per lo Stato Città del Vaticano, Legge 11 luglio 2013,n. IX - SCV: Norme recanti modifiche al Codice penale e al Codice di procedura penale
  • Pontificia commissione per lo Stato Città del Vaticano, Legge 11 luglio 2013,n. X - SCV: Norme generali in materia di sanzioni amministrative
  • Pontificia commissione per lo Stato Città del Vaticano, Legge 11 luglio 2013,n. X - SCV: Norme generali in materia di sanzioni amministrative
  • Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, Sentenza 9 luglio 2013,n. 2330/09 - Grand Chamber: Case of Sindicatul Păstorul cel Bun v. Romania. Diritto dei sacerdoti di costituire un’associazione sindacale all’interno della Chiesa ortodossa rumena
    Con la presente sentenza, la Grand Chamber della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in riforma di una decisione della III Sezione (31 gennaio 2012), ha ritenuto che la Romania non abbia violato l’art. 11 CEDU nel non riconoscere come sindacato il Sinidcatul “Păstorul cel Bun”, un’organizzazione sindacale costituita principalmente da sacerdoti appartenenti alla Chiesa ortodossa rumena, oltre che da laici dipendenti della stessa, la cui costituzione non era stata assentita dall’autorità ecclesiastica (come, invece, richiesto dallo Statuto della medesima Chiesa). In particolare, la Corte di Strasburgo ha affermato che – a prescindere dalla qualificazione giuridica del rapporto intercorrente tra la Chiesa ortodossa rumena ed i suoi preti – tale rapporto, de facto, fa sorgere in capo a quest’ultimi un diritto ad associarsi sindacalmente, protetto dall’art. 11 CEDU. Il Collegio, tuttavia, ha ritenuto legittima una restrizione di tale diritto, in considerazione del fatto che il riconoscimento del sindacato ricorrente avrebbe comportato una violazione dell’autonomia della Chiesa ortodossa rumena, garantita dall’art. 9 CEDU. Nel motivare la sua decisione, la Corte ha affermato che il rispetto dell’autonomia delle confessioni religiose implica che lo Stato debba accettare il diritto di tali confessioni a reagire – secondo le proprie norme ed i propri interessi – a ogni movimento di dissenso che emerga al loro interno e che possa mettere a repentaglio la coesione, l’immagine o l’unità della confessione religiosa. Ha, quindi, soggiunto che non è compito delle autorità nazionali fungere da arbitro delle controversie tra le confessioni religiose e le diverse fazioni dissidenti che esistono, o possono emergere, all’interno delle confessioni stesse. I Giudici hanno, quindi, ritenuto che sussista per i sacerdoti della Chiesa ortodossa rumena un diritto ad iscriversi a, o a costituire, associazioni, purché queste perseguano finalità compatibili con lo Statuto della medesima Chiesa e non mettano in discussione la tradizionale struttura gerarchica della Chiesa e le sue procedure decisionali. In conclusione, la Corte, evidenziata l’assenza di un consensus in materia a livello europeo, ha ritenuto che sussista un ampio margine di apprezzamento da parte dei diversi Stati nel decidere se riconoscere o meno i sindacati che operano all’interno delle confessioni religiose e che perseguono finalità che potrebbero limitare l’esercizio dell’autonomia delle stesse confessioni. Nel caso specifico ha ritenuto che la Romania non abbia oltrepassato tale margine di apprezzamento nel non riconoscere il Sinidcatul “Păstorul cel Bun” e che, pertanto, la restrizione dell’art. 11 CEDU non sia stata sproporzionata. [La Redazione di OLIR.it ringrazia per la segnalazione del documento e per la stesura del relativo Abstract Mattia F. Ferrero, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano]
  • Consiglio di Stato, Sentenza 5 luglio 2013,n. 361441 - France: Pratique de l'abattage rituel
    La possibilità - sancita dal punto 1°, della parte I dell’articolo R. 214-70 del Codice rurale e della pesca marittima - di derogare all’obbligo di stordimento previo alla macellazione, quando questo è incompatibile con la macellazione rituale, non si presta a generare abusi che integrino l’ipotesi di maltrattamento degli animali ai sensi dell’articolo L. 214-3 del medesimo codice, poiché il ricorso alla deroga è sottoposto a un meccanismo di autorizzazione preventiva soggetto al controllo del giudice amministrativo.  La deroga così inquadrata ha lo scopo di conciliare gli obiettivi di polizia sanitaria con l’uguale rispetto delle credenze e tradizioni religiose ed è coerente con il principio di laicità, che impone alla Repubblica di garantire il libero esercizio dei culti. La disposizione non viola, inoltre, il principio di uguaglianza, che autorizza l’autorità investita del potere regolamentare a disciplinare in maniera differente situazioni differenti o a derogare all’uguaglianza per ragioni di interesse generale, a patto che la differenza di trattamento che ne risulta sia in rapporto diretto con l’oggetto della norma che la stabilisce e non sia manifestamente sproporzionata rispetto ai motivi che la giustificano. Infine, la deroga all’obbligo di stordimento è in linea con il dettato del regolamento (CE) n. 1099/2009 sulla protezione degli animali al momento della macellazione, il quale consente di derogare allo stordimento preventivo degli animali macellati secondo un metodo prescritto da un rito religioso, a condizione che ciò avvenga in un macello.  [La Redazione di OLIR.it ringrazia per la segnalazione del documento e la stesura del relativo Abstract Mariagrazia Tirabassi, Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza]
  • Pontefice, Lettera enciclica 29 giugno 2013 - Lumen Fidei
  • Vescovo di Locri - Gerace, Decreto 29 giugno 2013,n. 218 - Sulla condizione dei fedeli appartenenti ad associazioni ecclesiali, contro i quali venga iniziato un procedimento penale
  • Corte di Cassazione - Sezioni Unite, Sentenza 28 giugno 2013,n. 16305 - Rifiuto opposto ad un’associazione di orientamento ateistico all'apertura di trattative per un’intesa ex art. 8, 3 comma, Cost.
    L'attitudine di un culto a stipulare intese con lo Stato non può essere rimessa alla assoluta discrezionalità del potere dell'esecutivo, risultando altrimenti incompatibile con la garanzia di eguale libertà di cui all'art. 8, comma 1 della Costituzione. Né lo Stato può trincerarsi, per negare tale possibilità, dietro la difficoltà di elaborazione della definizione di confessione religiosa. Se da tale nozione discendono conseguenze giuridiche, è infatti inevitabile e doveroso che gli organi deputati se ne facciano carico, restando altrimenti affidato al loro arbitrio il riconoscimento di diritti e facoltà connesse a tale qualificazione.
  • Corte Costituzionale, Sentenza 20 giugno 2013,n. 146 - IRC: progressione economica di carriera
    E’ inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 53, terzo comma, della legge 11 luglio 1980, n. 312 (Nuovo assetto retributivo-funzionale del personale civile e militare dello Stato), nella parte in cui “esclude il personale della scuola non di ruolo supplente (sia docente che non docente) dal diritto alla maturazione degli aumenti economici biennali riconosciuti al personale non di ruolo a tempo indeterminato”, nonché “nella parte in cui, con riferimento all'ultimo comma dello stesso articolo, prevede un diverso trattamento tra docenti di religione e docenti di materie diverse, anche nel caso in cui entrambi rendano, come supplenti, una prestazione a tempo determinato”, sollevata in riferimento agli articoli 3, 36, 11 e 117 della Costituzione. Appare infatti innegabile che, nonostante la riforma di cui alla legge n. 186 del 2003, lo status degli insegnanti di religione mantenga alcune sue indubbie peculiarità, quali la permanente possibilità di risoluzione del contratto per revoca dell'idoneità da parte dell'ordinario diocesano (art. 3, comma 9, della legge n. 186 del 2003) e l'assenza di un sistema paragonabile a quello delle graduatorie permanenti - ora graduatorie ad esaurimento - previste per altri docenti, le quali consentono l'ingresso in ruolo in ragione del cinquanta per cento dei posti disponibili ( art. 399 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 recante: «Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado»). Da tanto consegue che la prospettata questione di legittimità costituzionale è, in parte qua, priva di fondamento in riferimento all'art. 3 Cost., attesa l'inidoneità della categoria dei docenti di religione a fungere da idoneo “tertium comparationis”.
  • Ministero dell'Interno, Comunicato 12 giugno 2013 - Calendario delle festivita' ebraiche per l'anno 2014
  • Ministero dell'Interno, Comunicato 10 giugno 2013 - Calendario delle festività della Sacra Arcidiocesi ortodossa d'Italia ed Esarcato dell'Europa meridionale
  • Ministero dell'Economia e delle Finanze, Decreto ministeriale 6 giugno 2013 - Modalità relative alle deduzioni delle erogazioni liberali di cui all'articolo 24 della legge 30 luglio 2012, n. 127, effettuate a favore dell'Ente patrimoniale della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni



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